
L’IDEA, indubbiamente geniale, era venuta alla giornalista Amy Sutherland (nella foto), alle prese con un marito affetto – parole sue – da «sordità matrimoniale». Appassionata di animali e di tecniche di addestramento, un bel giorno che la sua metà vagava come al solito rabbiosamente per casa cercando le chiavi e insultando il genere umano, fu colta da un’illuminazione: perché mai le sbalorditive tecniche con cui si può insegnare a un elefante a camminare su due zampe, a un cane a saltare la corda e a una scimmia ad andare sullo skateboard, non potevano funzionare anche con gli esseri umani?
Come ben sanno gli addetti ai lavori, il principio fondamentale di queste tecniche, la più nota delle quali è quella detta Shamu – dal nome delle orche che si esibiscono al celebre parco acquatico di Seaworld in California –, è quello dell’approssimazione. In cosa consiste? Nel lodare e premiare l’animale per ogni minimo progresso in direzione dell’obiettivo che l’addestratore si propone, e nell’ignorare totalmente e sistematicamente i comportamenti che se ne allontanano.
Avete capito bene: nessuna reazione (tantomeno di critica o di rincrescimento) di fronte a comportamenti “sbagliati”. Come se non fossero mai accaduti. Come se voi non foste lì.

La base teorica di questo atteggiamento è ben documentata: si è osservato infatti che nei cetacei, come nella maggior parte dei mammiferi superiori, un certo comportamento che non riceve alcuna reazione, né positiva né negativa, decade fino a scomparire. Mentre rimangono e si radicano quelli che ricevono un qualche riscontro dall’esterno.
Cosa che, a quanto pare, si è rivelata vera anche per mammiferi inferiori come i mariti. Quello della Sutherland, ignorato metodicamente quando dava in escandescenze, ma prontamente lodato non appena tentava di risolvere a mente fredda i suoi problemini di organizzazione, non ha più perso le chiavi. E lei ha scritto un libro che in America ha riscosso successo e deferenti attestati di riconoscenza di decine di mogli disperate.
Se è così, ancor più geniale è la proposta di Dan e Chip Heath, giornalisti della rivista Fast Company. Forse l’alba di una nuova era. La proposta, in soldoni, suona così: perché non applicare il metodo Shamu anche a quella sottospecie di zoo che è l’ufficio e in particolare al proprio capo?

PONIAMO, spiegano i due, che il boss appartenga alla (comune) specie degli urlatori: quando avete la disgrazia di essere l’obiettivo di una sua sfuriata, l’ultima cosa che dovete fare è piangere o tentare di svignarvela. Reagire urlando a vostra volta? Peggio ancora. E’ probabile infatti che reazioni di questo genere abbiano l’effetto inconscio di rinforzare il comportamento incriminato. Col risultato che la prossima volta sarà il medesimo supplizio.
Il segreto invece è chiedersi: cosa farebbe un addestratore di delfini?
La risposta è semplice: proprio nulla. Continuate la conversazione come se nulla fosse accaduto e avrete indebolito, sia pure di poco, gli automatismi che fanno saltare la mosca al naso al vostro leader.
Un altro esempio: all’approssimarsi di una scadenza lui vi fa impazzire? La pressione lo fa diventare estenuante, autoritario, insopportabile? Fate come se nulla fosse. Ma la prima volta che, anche per caso, si mostrerà calmo e ragionevole, diteglielo immediatamente: «ammiro la sua capacità di rimanere calmo anche sotto pressione». Dategli lo zuccherino, insomma. La prossima volta che succede, premiatelo con un altro zuccherino. E vedrete che, una zolletta dopo l’altra, gli inculcherete la persuasione di essere davvero un tipo calmo e tranquillo. E lo diventerà.
Gli avrete insegnato ad andare sullo skateboard.

GLI ADDESTRATORI di animali, continuano Dan e Chip, hanno un detto: non è mai colpa dell’animale. Significa che non potete rimproverare l’animale per un comportamento di cui in realtà è responsabile l’ammaestratore. Similmente, non potete biasimare il vostro capo o collega per una mancanza: siete voi, in realtà, ad averlo addestrato male.
Suona paradossale? Certo, come tutte le rivoluzioni copernicane.
Questa consiste nello smettere di avallare, reagendo o fuggendo, situazioni e atteggiamenti che avvelenano la vita lavorativa, e che è comodo pensare come del tutto privi di soluzione, perché tanto “quella persona non cambierà mai”. Rompere il perverso meccanismo e iniziare a esercitare una vera e propria resistenza attiva. In altre parole, iniziare ad ammaestrare i vostri polli.
Magari non funzionerà proprio sempre: ma volete mettere gli effetti sull’umore? Almeno quelli, sono garantiti. E se un giorno il vostro capo si presenterà in ufficio vestito così, dateci retta: non avete bisogno di stare in ufficio. Mettete su un circo.

11 Maggio 2008 · 8,684 visite · 6 Commenti















