Autocratici e indipendenti, sembrano avere sempre la situazione in pugno, poiché, testardi e realisti, badano al sodo e sono convinti che Madre Natura li abbia indirizzati al profitto. Eppure, pianificando e controllando, i manager finiscono spesso per trasformare l’azienda in un pollaio. Attratti dalle arpìe della finanza, finiscono per rovinare interi gruppi di lavoro. Per salvarsi, e non finire in batteria, bisogna saperli riconoscere. Ecco allora una carrelata dei 7 tipi di manager più dannosi.

1- IL MANAGER-COME-SI-DEVE
Battezzato come talento, il Manager-come-si-deve dice fin da piccolo che farà l’amministratore delegato. Il suo percorso è segnato, una scrivania già lo attende dopo il master. Dirigere significa eseguire fedelmente, rispettare procedure e consuetudini; creatività e innovazioni sono solo distrazioni da sopprimere con ogni mezzo. Strategia è non occuparsi di strategia, pertanto ogni intento innovativo verrà presto vanificato. Tale manager agisce con cautela, tende a rimandare le altrui proposte, a meno che non sia costretto da chi fa la voce più grossa. Preferisce lavorare fino a tardi, quando, concentrato nel suo ufficio, tesse trame e mantiene relazioni fondate su palle colossali. Convinto che i risultati siano innanzitutto un problema di immagine e di comunicazione, vive fingendo, spacciando notizie fasulle ben confezionate in slides e documenti patinati. Fatti con lo stampino, questi manager costituiscono l’esercito di riserva che piace agli stakeholder lontani e interessati solo al controllo e alla normalizzazione: in una parola, piacciono agli analisti finanziari, agli investitori istituzionali, alla proprietà ormai lontana dall’impresa.
2- IL MIRACOLATO
Sognava di essere Manager-come-si-deve, ma per situazioni economiche e sociali di partenza o per scarsi risultati scolastici o per accidenti della vita non ci è riuscito. Tuttavia un giorno una posizione è rimasta improvvisamente scoperta e lui passava di lì per caso. Qualcuno l’ha preso per i capelli e l’ha consapevolmente messo in un posto che pareva al di sopra delle sue capacità, in base al principio che ciò che importa è circondarsi di persone che non possano fare ombra e che, soprattutto, non rompano le palle. Così, eccolo attaccato alla sedia a ringraziare ogni giorno in cuor suo il fausto destino. E seduto lì, culo di pietra, fedele e servile al mandato, il Miracolato senza fiatare copre magagne e spala merda col sorriso. Ammantato del proprio grigiore, finisce per diventare indispensabile e inamovibile.
3- IL COMPLICE
Se il Manager-come-si-deve ricopre posti importanti per diritto di casta e il miracolato per un incredibile colpo di fortuna, il complice lo fa per un altro motivo: egli è il depositario di segreti indicibili. Questo tipo di manager ha coperto, a tempo debito, errori clamorosi e appropriazioni indebite. Ha visto cose che voi umani…Ha svolto, almeno in una occasione, compiti rifiutati da ogni altro e appare sempre disposto a offrire i servizi più delicati e più preziosi. La sua caratteristica principale è la protervia: un sottile ricatto è nascosto dietro ogni gesto del Complice, egli conosce con precisione i cadaveri nell’armadio del manager a cui risponde. E ancor meglio conosce le debolezze altrui. Non ne parla, non ha bisogno di parlarne. Ma non dimentica. Il Complice governa nel silenzio.
4- IL-COCCO-DELL’ANALISTA-FINANZIARIO
L’analista finanziario studia e analizza l’azienda al fine di stabilirne lo stato di salute, definirne la struttura, la redditività, e valutarne le prospettive economiche. E’ facile che la sua figura venga associata a quella dell’oracolo. Costretto a fare le pulci in casa altrui, decidendo destini in base a miseri indicatori, ha un ruolo meschino e ingrato tanto quanto il manager che ha bisogno del suo permesso per procedere nel lavoro. Di qui forse la reciproca indulgenza. Di qui la disponibilità a tener conto dell’altrui punto di vista. Per tali motivi il Cocco-dell’analista è baciato dalla sorte: va a genio all’analista, che è quindi disposto ad ascoltarlo. I bilanci e i conti talvolta non tornano o non buttano bene, ma il Cocco ha buon gioco, perché le sue ragioni e le sue dichiarazioni –anche se scarsamente documentate o per nulla evidenti rispetto alle consuete metriche della finanza– vengono prese in considerazione. Come recita una nota canzone del passato:”Questione di feeling“.
5- IL-LOBBISTA-CHE-GIOCA-IN-PROPRIO
Il potere del Lobbista si fonda su un sistema di influenze incrociate, su una rete di interessi che si sostengono a vicenda e che non hanno nulla a che vedere con i vantaggi dell’azienda per cui lavora. Guidato dal principio “Fai innanzitutto il tuo interesse personale”, il Lobbista gioca la sua partita e l’azienda non è altro che una pedina o una fiche, un asset sempre sacrificabile e subordinato. Il Lobbista è in grado di contrattare e di difendersi, perché può mettere in gioco altri poteri: la politica, le istituzioni. Camaleontico e potente, personaggio temuto e riverito, con poche mosse può spostare equilibri consolidati. Facile per lui giocare senza remore la carta che è già nelle mani di ogni Cocco-dell’analista, ma che il Cocco -privo dell’ambizione e dell’istinto del killer che contraddistingue il Lobbista- è nella pratica restio a giocare: comprare, con il finanziamento del mercato finanziario, la stessa azienda per la quale lavora.
6- IL CINICO UMANISTA
Dopo ottimi studi ha scelto di fare il manager per caso, o per sfida, o magari all’inizio, per consapevole impegno sociale. Spesso inizia lavorando nell’area del Personale. Poi l’indubbia intelligenza apre la strada verso ogni ambito del management e verso ruoli di vertice. Categoria rara e per questo pregiata, dotata di fini strumenti culturali e di solida formazione, potrebbe costituire la guida per una rinascita dell’impresa, un’avanguardia per il futuro. Eppure, proprio dall’Umanista giunge la maggiore delusione. Dove è maggiore l’aspettativa e maggiori sono le potenzialità, maggiore è anche il dispetto per la scarsità dell’apporto, per il prevalere del proprio comodo. Le incontestabili doti gli permettono di brillare senza fatica e sbrigare il lavoro in poco tempo. La maggiore acutezza dello sguardo nel capire le persone, nel pensare al futuro, appare evidente e diviene presto il sapone con cui si vuole lavare le mani. Così, invece di bonificare l’ambiente e favorire l’ingresso di giovani di aperta formazione, ama circondarsi di meri Manager-come-si-deve. Lo fa col sorriso sardonico di chi ha capito come vanno le cose, e sceglie di approfittarne, percorrendo la via del più sfrenato e indifferente cinismo.
7- IL MANAGER-CRESCIUTO-IN-CASA
Mentre i Manager-come-si-deve sono entrati in azienda già con ruoli importanti, comunque proiettati verso una luminosa carriera, i Manager-cresciuti-in-casa sono progrediti passo dopo passo, attraverso carriere lente e accidentate; talvolta forniti da un buon titolo di studio, talvolta dotati esclusivamente di un pratico ‘savoir faire‘, sono sempre cresciuti partendo da posizioni impiegatizie, se non operaie. Conoscono l’azienda a menadito. La loro competenza si fonda sia sull’esperienza che sull’ottima conoscenza delle persone con cui hanno a che fare. Attenti alla qualità dei rapporti personali, sono legati affettivamente all’azienda e al loro lavoro. Triste realtà vuole che dietro ogni Manager-come-si-deve, ben visibile in tutta la sua arroganza e ignoranza, agiscano, in ruoli più o meno subalterni, uno o più quasi invisibili Manager-cresciuti-in-casa. Mentre il Manager-come-si-deve si prende onori e remunerazioni, senza le corrispettive responsabilità, il Manager-cresciuto-in-casa, concreto e fattivo, necessario e costruttivo, lavora e decide, pur restando nell’ombra. Il suo regno è dietro le quinte.
————————————————————————————————————————————————
Articolo tratto dal blog Contro il Management.
21 Giugno 2010 · 529 visite · Nessun commento














