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Sette spose per sette colleghi

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«Mia cognata non può vedere la segretaria di suo marito: quando passa da lui in ufficio la tratta come se fosse un’intrusa, Giancarlo in ospedale ha le sue infermiere che gli ronzano attorno, tu mi dici che per Piero è lo stesso con le sue studentesse all’università, guarda, tutti i mestieri hanno la loro, è sempre la stessa cosa…»

Avete appena letto un dialogo tra vicine di casa, colto al volo e prontamente riportato dalle autrici del nostro Abbracciare l’orso, che agli «sposi d’ufficio» (calco dell’inglese office spouses) dedica diverse pagine di storie e riflessioni.

E la vignetta del New Yorker riprodotta sopra condensa più di mille parole un fenomeno che, seppure di vecchia data e immortalato da decine di film, soap opera e romanzi d’appendice, acquista, nella complicata vita del lavoratore del terzo millennio (e, beninteso, della lavoratrice: il termine spouse, non a caso preferito a wife, vale per entrambi i sessi) una varietà, una profondità e, se ci è lecito, una dignità che forse prima non possedeva.

Una recente ricerca condotta dal sito di lavoro e carriere Vault.com rivela che quasi un terzo degli impiegati intervistati riconosce di avere attualmente in ufficio una figura di riferimento che sente valere come «marito» o «moglie» aggiuntiva rispetto a quella «ufficiale». Soltanto un anno fa la cifra si attestava intorno al 23%.

Non abbiamo motivo di pensare che in Italia la situazione sia molto diversa.

 

Love keys

 

PRIMA di esclamare: «che c’è di nuovo? da che ufficio è ufficio, sono esistite storie con colleghi e colleghe!», fermatevi un istante. Quella degli sposi d’ufficio, si diceva, è una relazione al giorno d’oggi sempre più ambigua. Certamente assai più raffinata del semplice amorazzo consumato in fretta e furia tra computer e scrivanie.

Molto spesso, anzi, si tratta di un rapporto che si mantiene ben al di qua del rapporto fisico, spiega Tina Louise Chadwick, esperta di dinamiche relazionali nelle grandi aziende, ed è piuttosto simile a un’«amicizia del cuore». Eppure non per questo meno forte e presente nella vita di chi ne è coinvolto e tale da sostituire o annebbiare, talvolta, quello con il partner reale.

Il fatto – ovvio ma non troppo –, osserva Mark Oldman, presidente di Vault.com, è che gli individui passano sempre più tempo al lavoro e sempre meno a casa. La vita professionale tende a fagocitare quella privata. E, in misura più o meno inconsapevole, si tende a duplicare sul lavoro le figure di riferimento presenti nella propria vita privata: a cominciare, naturalmente, dal marito o dalla moglie.

 

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DEL RESTO ci sono sempre più cose importanti – emozioni, ansie, gioie – che si riescono a condividere soltanto con la propria o il proprio «sposo d’ufficio», piuttosto che con il proprio partner reale. Per la semplice ragione che la loro comprensione richiede ormai un background di conoscenze ed esperienze che quest’ultimo (a meno che non faccia il vostro stesso lavoro, ma non è questo il caso che ci interessa) non possiede.

Gli «sposi d’ufficio» invece parlano lo stesso linguaggio: capiscono al volo le frustrazioni dell’altro, che vengono dalle noie sul lavoro, dal rapporto con i colleghi, con il capo, e sanno toccare le corde giuste per sollevare l’umore. Così accade che, in più di un’occasione, uno «sposo» sia molto meglio sintonizzato con la vita della sua «metà da ufficio» del suo partner reale.

Sebbene, avverte la Chadwick, il contesto lavorativo renda necessari parecchi equilibrismi perché tale legame non venga percepito, contro la volontà delle stesse parti in causa, come qualcosa di più engaged: occorre costantemente evitare di dare l’impressione di essere una «coppia» e, naturalmente, gestire con accortezza questa strana relazione con i propri partner veri.

Un lavoro nel lavoro, insomma. Che ci invita a riflettere un po’ di più sulla schizofrenia sempre più accentuata nelle nostre vite.

E voi, cari Resistenti, avete o siete o vorreste essere sposi da ufficio? Postate qui sotto le vostre opinioni!

In forma rigorosamente anonima, si intende.

 

20 Maggio 2008  ·  2,282 visite · 6 Commenti
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I VOSTRI COMMENTI:

  • 6 Gennaio 2009 alle 15:16 - vi:

    concordo in parte, ma mi viene da chiedere: quale spazio alla ricchezza (e bellezza) regalataci dall’essere differenti?!
    certamente maggiori fraintendimenti, comprensioni più faticose e decisamente meno immediate…più o meno come la distanza che intercorre tra una "sana" empatia e una "pericolosa" identificazione proiettiva?
    siamo forse troppo presi dal fare economia mentale e ci dimentichiamo di cosa possa significare (e darci) fare della buona ecologia…?secondo me ghettizzazione è immobilità, incomunicabilità, impossibilità di cambiamento…e di crescita.

  • 10 Novembre 2008 alle 15:09 - Bradipo:

    @ soratte

    "Se quelle persone fosero tolte da quel contesto… sarebbero comunque sposi d’ufficio pur lavorando nello stesso posto???Io ho i miei dubbi…"

    Concordo, ma forse e’ proprio questa la cosa interessante: che e’ il lavoro stesso a rendere possibili (e forse indispensabili) questi legami. Come dice il passaggio:

    "DEL RESTO ci sono sempre più cose importanti – emozioni, ansie, gioie – che si riescono a condividere soltanto con la propria o il proprio «sposo d’ufficio», piuttosto che con il proprio partner reale. Per la semplice ragione che la loro comprensione richiede ormai un background di conoscenze ed esperienze che quest’ultimo non possiede."

    Insomma, il lavoro, sempre piu’ totalizzante, crea la necessita’ e al tempo stesso soddisfa il bisogno. E nel far questo diventa ancora piu’ totalizzante, perche’ se il lavoro, portandoci a cercare condivisione e complicita’, non soddisfacesse questo bisogno, allora scapperemmo altrove a cercare questa condivisione. Mentre trovandola sul lavoro ne restiamo ancora piu’ legati…

    Un ciclo che si auto-alimenta.

  • 1 Novembre 2008 alle 10:12 - soratte:

    IO non vorrei assolutamente essere sposa di ufficio!perchè se da un lato è vero che una persona può instaurare un certo feeling con il collega, grazie a delle intese mentali fatte di condivisione di interessi, passioni e conoscenze, la passione che ne potrebbe scaturire non è detto che sia sempre una passione che può portare ad altro. Lo sposo di ufficio deve rimanere un semplice collega, e non deve mai sovvertire l’ordine. Se poi fra i due colleghi si instaura qualcosa di più, credo che quello dipenda fondamentalemnte dal fatto o che i due sono alla ricerca di una relazione (se single) oppure (se sposati) che dietro le i loro matrimoni c’è qualcosa che non va, indipendentemente dall’interesse che la moglie o il marito possono avere nei confronti del lavoro del rispettivo compagno! E’ vero comunque che un buon feeling mentale fra colleghi è necessario per il buon andamento del lavoro, ma vi immaginate poi, che gran rottura dover star sempre a parlare delle solite cose??!!! Se quelle persone fosero tolte da quel contesto… sarebbero comunque sposi d’ufficio pur lavorando nello stesso posto???Io ho i miei dubbi….

  • 7 Luglio 2008 alle 21:47 - claudia:

    … e provate a pensare se le stesse cose si verificano prestando opera come volontario in un sindacato!!!

    .. ma da quando in qua anche in un sindacato si applicano gli stessi sistemi che si applicano in azienda (dove si è almeno pagati)??

    .. o forse io sono proprio la più ingenua di tutti ??

  • 4 Giugno 2008 alle 09:25 - leo:

    vero in parte a me capita di interagire allo stesso modo con la collega e con Mia moglie, forse perchè siamo stati colleghi.

  • 23 Maggio 2008 alle 13:42 - GlamSususanna:

    è tristissimo pensare che sia impossibile condividere esperienze con persone che non le vivono direttamente con te… impossibile comunicare al partner qualcosa che lui o lei non ha fatto, detto, vissuto con te?…
    Mi pare l’elogio dell’incomunicabilità.

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